Un’ondata di preoccupazione attraversa l’Europa di fronte ai piani dell’Unione Europea di destinare 800 miliardi di euro al potenziamento militare: e così è stato lanciato l’appello “Stop ReArm Europe”.
Il progetto comunitario, oltre a destare perplessità in queste settimane per azioni controverse quali la chiamata alla popolazione per dotarsi di un vero e proprio kit di sopravvivenza, ha suscitato la reazione di numerose organizzazioni pacifiste, le quali denunciano il rischio di sottrarre fondi essenziali a settori cruciali come sanità, istruzione, servizi sociali e transizione ecologica.
Una chiamata all’azione che punta a coinvolgere l’opinione pubblica e a promuovere un dibattito critico sulle scelte politiche che plasmeranno l’Europa nei prossimi anni.
L’appello delle associazioni pacifiste: “Stop ReArm Europe”
L’appello “Stop ReArm Europe”, promosso da otto associazioni europee, ha già raccolto adesioni significative, tra cui quelle di Transnational Institute, Women’s International League for Peace and Freedom, Attac Italia, Arci, Transform Europe, International Peace Bureau, Ferma il riarmo e Stop the war coalition.
Nel quadro di questo crescente impegno per il riarmo, l’Italia si distingue per l’aumento della spesa militare del 12% previsto per il 2025. Nei prossimi anni, il Paese si appresta a destinare circa 40 miliardi di euro all’acquisto di nuovi sistemi d’arma, un impegno finanziario che solleva interrogativi sulla sostenibilità delle risorse pubbliche. Le organizzazioni pacifiste avvertono che tali investimenti potrebbero accentuare le difficoltà nel reperire fondi per misure sociali e ambientali urgenti, mentre si rischia di alimentare tensioni internazionali anziché favorire soluzioni diplomatiche ai conflitti.
Il dibattito sulla spesa militare si intreccia con la capacità economica dei singoli Stati membri. Se Paesi come la Germania possono permettersi un incremento delle risorse destinate alla difesa grazie a un debito pubblico contenuto – 63% del PIL – la situazione dell’Italia è ben diversa, con un rapporto debito/PIL che sfiora il 135%. L’ipotesi di portare la spesa per la difesa al 2,5% del PIL, come suggerito da alcune fonti vicine al Ministero della Difesa, richiederebbe un’ulteriore disponibilità di 20 miliardi di euro, una somma difficilmente reperibile senza incidere pesantemente su altri capitoli di bilancio, come sanità e istruzione.
A destare ulteriore preoccupazione sono le dichiarazioni del ministro Adolfo Urso, titolare del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha incoraggiato il settore dell’automotive a riconvertirsi verso la produzione di mezzi militari. Un indirizzo che sottolinea il peso crescente della difesa nell’industria nazionale, ma che al tempo stesso solleva interrogativi sulle priorità economiche del Paese.
I pericoli dell’incremento delle spese belliche
Nel manifesto diffuso dal movimento “Stop ReArm Europe”, i promotori sottolineano i pericoli di una strategia fondata sull’incremento delle capacità belliche. Secondo gli attivisti, destinare risorse all’industria delle armi non solo minaccia la stabilità economica e sociale, ma aumenta il rischio di nuovi conflitti, aggrava il problema del debito pubblico e rafforza dinamiche di esclusione e disuguaglianza. La loro richiesta è chiara: investire in sicurezza sociale, cooperazione internazionale, transizione ecologica e giustizia climatica, piuttosto che in un’escalation militare che potrebbe compromettere il futuro dell’Europa e del mondo.
Il movimento invita i cittadini europei a mobilitarsi contro il riarmo, sottolineando la necessità di una politica che metta al centro il benessere delle persone e la costruzione di un futuro basato sulla pace e sulla cooperazione. “Non servono più armi, ma un nuovo modello di sicurezza, fondato sulla giustizia sociale ed ecologica”, affermano i promotori dell’iniziativa.
Sono perfettamente d’accordo sulla inutilità e pericolosità dell’acquisto di armi: denaro sottratto alla sanità e alla giustizia sociale.